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Cariati, spopolamento biblico: il “Cosentino” muore nel silenzio della politica

di PASQUALE LOIACONO

ospedale-cariati270613Quando c’era l’ospedale “Vittorio Cosentino” la città era “viva”.
Adesso, a velocità stratosferica, si avvia, complice la perdurante crisi nazionale, ad un declino economico senza precedenti ed a uno spopolamento biblico come non si ricordava dagli anni della grande emigrazione verso il Nord Europa e le Americhe. La vicenda dell’incredibile chiusura del  “Cosentino” è sintomatica di una decadenza delle coscienze che sta mortificando la dignità di un vasto territorio: quello della bistrattata porzione di Jonio comprendente le province di Cosenza e Crotone.
Aperto nel marzo del 1978 con 120 posti letto nei reparti di Pediatria, Ostetricia e Ginecologia, Medicina Generale, Chirurgia e Cardiologia, con annessi i laboratori analisi e diagnostica per immagini, non ha fatto mai registrare casi di malasanità, ed ha servito dignitosamente un territorio di oltre 80 mila abitanti a cavallo fra il Crotonese ed il Basso Jonio cosentino. La spoliazione inizia nel 2003, quando viene chiusa la pediatria; da allora è stata una lenta agonia, nonostante i numeri dimostrassero l’alta produttività della struttura, inserita nella ex Asl  3 di Rossano.
Sei anni dopo tocca al reparto di Ostetricia e Ginecologia, con contestuale azzeramento del punto nascite, dunque è la volta di Chirurgia (una delle prime in Italia ad aver usato il laparoscopio), poi Medicina ed infine Cardiologia.
Eppure i numeri dicono tutt’altro.Il riepilogo ufficiale dei “dimessi per reparto”, redatto dall’Azienda Sanitaria n. 3 di Rossano nel lontano 2002 scrive che in quell’anno ci sono stati 5.915 ricoveri suddivisi fra le unità operative di Chirurgia Generale (1777); Medicina Generale (1486); Ostetricia e Ginecologia (1087); Pediatria (886) ed il record del servizio di Cardiologia che dimette ben 679 pazienti, quanto le corrispondenti sezioni di Rossano e Trebisacce  messe assieme. Nel 2008 (su fonti ufficiali dell’azienda sino a tutto il 15 ottobre di quell’anno) i pazienti dimessi sono 4341 conto i 3247 del presidio di Trebisacce; i 6012 di Rossano e i 5931 di Corigliano.
I dati, ovviamente, variano a seconda dell’intensità media di popolazione che insiste nella struttura di competenza e vanno, dunque, disgregati e “letti” per reparto specialistico.
Ma qualcosa, a questo punto, non è andata per il verso giusto se, attualmente, l’ex “Cosentino” è ridotto, con tutto il rispetto, ad una Rsa (Residenza sanitaria assistenziale) con 14 posti; 11 medici tra Punto di primo intervento (Pronto Soccorso) e 118;  2 cardiologi; 1 ginecologo; 1 chirurgo; il servizio endoscopia; il servizio dialisi; la diagnostica per immagini e il laboratorio analisi.
Ora si chiama CAPT (Centro di Assistenza Primaria Territoriale), ma non soddisfa certo la richiesta di “salute” del comprensorio se la migrazione sanitaria segna un aumento percentuale in costante crescita dal 2009 in poi, con un picco che nel 2014 ha raggiunto quota 4.500 su una popolazione residente di quasi 29 mila unità (contando solo l’ambito distrettuale cariatese): significa che il 18% della popolazione è costretta a farsi curare altrove per una spesa che si aggira intorno ai 5 milioni di Euro dirottati dallo sgangherato sistema calabrese a regioni come il Lazio, la Toscana, l’Emilia Romagna e la Lombardia, le mete “preferite” dai pazienti del Basso Jonio. Quaggiù la salute dei cittadini è merce di scambio e non un diritto sancito dalla Costituzione, la quale non prevede “risparmi” sulla pelle della gente.
Ma chi pensa ai paesini dell’entroterra? Chi pensa che per un infartuato il tempo è elemento prezioso?
Il Ppi è una sorta di “stazione di cambio” che smista a destra e a manca i pazienti bisognosi di cure ed il malato, qualunque sia la sua necessità, passa ore ed ore tra un ospedale e l’altro, con assurdo sperpero di energie e denaro. Pubblico, sia chiaro.
L’età media della popolazione nel distretto di competenza del “Cosentino” è di 63 anni (fonte Istat): significa che gli ottuagenari rappresentano il 75% dei residenti.
Si tratta di “persone”, non di “oggetti”, che vivono, nella stragrande maggioranza dei casi, da sole o, se va bene, in compagnia del coniuge. Già, ma la politica? E i sindacati?

Le amministrazioni civiche succedutesi negli anni si sono sempre cullate (“Tanto  in  Regione c’è l’amico Tal dei Tali che curerà la questione e ci userà un occhio di riguardo”) ed i rappresentanti dei lavoratori hanno finito, come capita, di tutelare solo i propri interessi personali.
Ce lo conferma un sindacalista della Cisl di cui, per carità di patria, omettiamo le generalità: “È vero. Abbiamo curato il nostro orticello senza avere la benché minima proiezione di un futuro fosco che pure si stava delineando”. Evviva la sincerità. E se del “senno di poi son piene le fosse”, il rammarico per non avere combattuto con le unghie e coi denti è sempre più cocente, ancorché incoraggiato dall’ignavia o complice latitanza delle istituzioni locali che hanno imposto ai sudditi di questa porzione di Calabria infelix una vera e propria morte civile. Che di civile ha nulla.
Se qualcuno mai continuasse a coltivare speranze di resuscitare l’ospedale “Cosentino”, trapassato e sepolto, se lo scordi: ci pare che solo Lazzaro sia stato riportato in vita, ed il tale che ha compiuto il prodigio, come Paganini, non concede bis.

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