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Bolletta elettrica: comuni salassati dagli interessi

di MARTINA FORCINITI e LUCA LATELLA

bolletta-caraDue milioni e mezzo a Corigliano, due a Rossano. Non c’è che dire, un bel gruzzoletto se si considera che stiamo parlando dei debiti che le due città più grandi della Sibaritide hanno con i gestori che forniscono energia elettrica a uso pubblico. Nel carniere mettiamoci anche le spese di bollette annue: 2,4 milioni di euro circa a comune. Ed ecco che tra bollette ordinarie e debito pregresso, l’Area Urbana arriva a sborsare 9,5 milioni. Roba non da poco se si considera che buona parte di questa somma deriva dagli enormi interessi sulla mora, determinati dalla clausola di salvaguardia.
Insomma, se per le abitazioni il prezzo dell’energia è uguale su tutto il territorio nazionale, per le imprese e gli enti pubblici che superano i 50 dipendenti vige il libero mercato. Un lago dal quale pescare, quindi, il miglior gestore. Ma chi non ne fruisce, per scelta, negligenza o anche perché risultante moroso (ed è il caso di tantissimi comuni), si serve automaticamente dal mercato di salvaguardia. Che si compone di quattro elementi per farne il prezzo: oneri, accise e prezzo unico nazionale più un fattore che Enel definisce Ω (omega), ovvero il sovrapprezzo di salvaguardia.
In un’Italia che sembrava essere votata al federalismo spinto il regime di salvaguardia veniva approvato con la legge 125 del 2007 e suddiviso in dieci mercati, affidati a delle aste, cinque delle quali aggiudicate da Enel e altre cinque appannaggio della bolognese Hera Comm.
Ne è emerso (ma ne parleremo compiutamente a parte) in soldoni, che un comune moroso del nord può pagare una clausola di salvaguardia – il quoziente Ω – di 16,50 euro a megawattora, mentre in Calabria si arriva anche a 113 euro (nel grafico). Il che significa che in Liguria quel megawatt costa 280 euro, in provincia di Cosenza 380. A seconda dei mercati, insomma, un kilowatt consumato da un comune moroso in Italia può costare in più, da un minimo di 0,016 centesimi (al nord) a 1,16 centesimi (al sud). Alla faccia – verrebbe da dire – dell’equità, della giustizia e dell’unità nazionale.
Antonello Ciminelli, sindaco di Amendolara, è stato il primo a ad aver scoperto questo contorto meccanismo, definendo il regime di salvaguardia, addirittura anticostituzionale e tirando in ballo anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. E per questo vorrebbe portare dalla sua parte tutti i sindaci morosi, mettendo in piedi una class action nei confronti dell’ente italiano per l’energia elettrica.
Ciminelli pone tanti interrogativi, contestando un fare feudatario. Perché – si chiede – per coprire il rischio d’azienda gli istituti di credito applicano un interesse in Calabria tre volte tanto rispetto alla Lombardia? Perché Enel fa pagare meno Desio (Mi) di Amendolara? Qual è il principio che governa la morosità? Perché comuni nella stessa condizione di morosità pagano di più, o di meno, a seconda se geograficamente siano ubicati al nord o al sud dello stesso Paese?
Qualche comune, ed è ancora il caso di Amendolara o dei virtuosi Longobucco e Canna, potrebbe rendersi autosufficiente grazie ad un parco fotovoltaico da due megawatt; altri, per abbattere i costi di gestione hanno intercettato fondi comunitari per la produzione di energia da impianti e fonti rinnovabili.
Il governo, nel frattempo, nell’ultimo Def (Documento di economia e finanza) ha proposto proprio la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia per il prossimo 30 giugno. Ma come e se verranno tradotte le promesse del premier Renzi, ancora non è dato sapere. Insomma, il sud risulta sempre penalizzato e come sempre, per legge, e chi è convinto che sia – paradossalmente – il cuore pulsante del gettito fiscale italiano, tutti i torti non sembra averli. In tutto questo marasma, i bilanci di Corigliano e Rossano (del singolare caso rossanese ne parliamo a parte), sono gravati da pesanti debiti. Ma soprattutto da una “bolletta” composta quasi per l’80% da un balzello odioso. Quale Stato, proprio alla luce di una economia già fortemente depressa come quella del Mezzogiorno, può mai permettere una cosa del genere?

 

grafico-salvaguardiaAREA URBANA – L’Italia è un Paese colmo di paradossi. Soprattutto quando si va a toccare la tasca degli italiani. L’Unità sorta nel 1861, spesso, rimane solo sulla carta. Semplicemente perché la disparità di trattamento fra territori, regioni, è sempre più marcata.
Un esempio lampante è proprio quella clausola di salvaguardia, fulcro della nostra inchiesta di questa settimana. Quel fattore omega tanto discusso, previsto da una legge. Un fattore che, se si vuole, taglia in due l’Italia. In effetti, se la passano molto meglio i comuni morosi della Toscana, che per il sovrapprezzo in bolletta pagano solo 16 euro; o quelli del Trentino, dove il surplus ammonta a circa 19 euro. E in Calabria? Scuciamo anche sette volte di più. Basti pensare che rispetto ai cugini lombardi, i comuni calabresi sono costretti a versare nelle casse delle società elettriche 700 mila euro in più. Mica poco.
E sempre in termini di esempio, sono assolutamente lampanti i paragoni fra realtà cittadine equipollenti nel numero di abitanti o di territorio, ma geograficamente agli antipodi.
A prescindere dalla questione salvaguardia, tanto per slabbrare ulteriormente la religiosa e storica spaccatura italiana, scoperchiamo un po’ di dati sulle spese totali per l’energia, con l’esempio di due comuni, Corigliano Calabro e Desio in provincia di Monza Brianza: 40 mila abitanti è il minimo comune denominatore, ma fra tagli alla spesa e penalizzazioni, i divari tra nord e sud si ampliano. È un circolo vizioso arcinoto.
Così, a fronte dei 2,4 milioni di euro scuciti dal comune jonico, l’altro se la cava con 1,3 milioni. Poco più della metà. E se lasciassimo che permangano differenziali così ampi? Sarebbe un po’ come inchinarsi di fronte a quel cerimonioso gap che ci ha resi terroni e polentoni.

 

enel logoÈ bene precisare che il “servizio di salvaguardia”, a cui si riferisce il sindaco Ciminelli (foto), è stato istituito non dall’Enel ma con il decreto legge n. 73 del 18 giugno 2007, n. 73, recante “Misure urgenti per l’attuazione di disposizioni comunitarie in materia di liberalizzazione dei mercati dell’energia”, è ed stato successivamente convertito nella legge n.125 del 3 agosto 2007.
Tale servizio di salvaguardia non riguarda indistintamente tutti i cittadini, ma solo i clienti con determinate caratteristiche (clienti aventi forniture in media tensione o almeno 50 dipendenti o un fatturato annuo superiore a 10 milioni di euro) che non trovano un’azienda di vendita disposta a proporgli un contratto sul mercato libero dell’energia.
Sostanzialmente nel “servizio di salvaguardia” vengono, quindi, gestite le Amministrazioni pubbliche e le imprese morose.
La selezione delle società che, per aree territoriali, devono gestire il “servizio di salvaguardia” viene effettuata dall’Acquirente Unico, soggetto pubblico, tramite asta pubblica aperta a tutte le aziende operanti nel settore.
In particolare, nell’ultima asta, relativa all’erogazione del servizio per gli anni 2014, 2015 e 2016, Enel Energia è stata selezionata solo per le regioni Veneto, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Campania, Abruzzo, Calabria e Sicilia. Regioni per le quali Enel Energia, rispetto alle altre società partecipanti alla gara, ha offerto il costo di fornitura più basso.
Fortunatamente sono, comunque, tante le aziende e i Comuni virtuosi, che riescono, seppur con fatica, ad essere in regola con i pagamenti e che, quindi, con facilità trovano società del settore disposte a contrattualizzarli sul mercato libero, con condizioni di gran lunga più vantaggiose.

Ufficio stampa Enel

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