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In bilico la sorte dei 151 precari del comune di Corigliano-Rossano. A rischio la macchina dei servizi

Sono centocinquantuno le madri e i padri di famiglia “corissanesi” che, ad ore, attendono una risposta sul loro destino lavorativo. Sono i lavoratori appartenenti al bacino ex Lsu/Lpu impiegati nel Comune di Corigliano-Rossano. Donne e uomini utilizzati a vario titolo, con diverse mansioni e con molteplici incarichi all’interno del grande apparato burocratico del municipio.

È il popolo dei precari comunali; gente che fino a tre anni fa e per oltre 3 lustri ha lavorato in nero per lo Stato con un contratto che non prevedeva nemmeno i contributi previdenziali. «Lavoro nero legalizzato» hanno detto più volte i sindacati e gli stessi lavoratori.

Ci volle il Governo Renzi, tramite anche – a dire il vero – l’interessamento dell’allora deputazione calabrese del Partito democratico, con in testa l’onorevole Enza Bruno Bossio, per trovare un punto di volta della vertenza lavorativa. Quei contratti di collaborazione fittizio, senza garanzia e senza alcuna dignità per i lavoratori, si tramutarono in un contratto part-time e a tempo determinato. Poca cosa rispetto alle doverose pretese dei precari ma almeno era qualcosa. Soprattutto perché quel tipo di contratto infondeva e infonde ancora negli ormai ex Lsu-Lpu un velato ottimismo sulla loro stabilizzazione.

Oggi, però, c’è un doppio problema che è tecnico ed è anche politico. La vertenza dei cinquemila precari calabresi e quindi dei 151 in forza nella sola Corigliano-Rossano e dei circa 600 impiegati nei comuni dello ionio cosentino ora sembra essersi pericolosamente arenata, infatti, sia per mancanza di fondi (ci vogliono 50 milioni di euro l’anno) che, soprattutto, per i paletti normativi della riforma Madia che impediscono di fatto il rinnovo dei contratti. In realtà se da un lato il Governo Renzi tolse un po’ di castagne dal fuoco, dall’altro impose limiti drastici che hanno generato lo stato dei fatti odierni.

Senza novità di rilievo, la situazione resta molto critica. E non a caso i lavoratori, insieme al presidente Oliverio, alla maggior parte dei Sindaci della Calabria e ai sindacati, stamattina si sono dati appuntamento sui binari della stazione ferroviaria di Lamezia terme per inscenare una protesta contro il Governo che a meno di 25 giorni dalla chiusura dell’anno solare e quindi dalla scadenza dei contratti, ancora non è riuscito a trovare la trama di una tela ampia e intricata ma che si potrebbe redimere semplicemente. Come? Storicizzando i fondi necessari all’accompagnamento in pensione dei 4.500 precari calabresi e prevedendo per i prossimi tre anni l’abrogazione dell’obbligo di rendere coerenti le nuove assunzioni con il piano triennale dei fabbisogni di personale. In altre parole, gli Enti potrebbero assumere eludendo la programmazione in materia di pianta organica. Allo stesso modo, i Comuni non sarebbero costretti a rispettare la regola del turnover, che subordina le nuove assunzioni ai contestuali pensionamenti dei lavoratori in servizio.  

Questa è la proposta del deputato pentastellato Riccardo Tucci e anche quella dei sindaci della Valle del Trionto e del medio-basso Jonio cosentino che nei giorni scorsi, convocati dal sindaco di Crosia Antonio Russo, si sono riuniti a Mirto per approvare uno schema di delibera contenente la proposta che sarà inoltrata nelle prossime ore al Governo e alla Regione. Sicuramente i sindaci hanno necessità di chiudere la partita per evitare di rimanere con il cerino in mano ma soprattutto per evitare di chiudere, al primo gennaio, i loro municipi.

La situazione di Corigliano-Rossano è emblematica. Su un organico di poco più di 500 dipendenti (527 per l’esattezza), 151 appartengono al bacino dei precari, pronti ad essere esodati al 31 dicembre se non si troverà una soluzione. Immaginate un elefante burocratico come il nuovo comune – già di per sé in deficit di personale e bisognosa di nuove forze – rimanesse d’improvviso senza una gamba. Sarebbe una debacle…

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