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Ci siamo comportati bene: è l’inadeguatezza ad aver abbassato le saracinesche

Il virus continua la sua corsa in Italia ma tutto questo poteva essere pianificato. Dagli errori non si è imparato nulla, a pagare sempre gli ultimi

“Non fu la peste a distruggere Atene ma la paura della peste”. Lo scriveva lo storico Tucidide nel raccontare l’epidemia che flagellò la capitale ellenica nel 430 a.C. Ad uccidere il tessuto economico e la dignità di ristoratori, baristi, istruttori di nuoto, allenatori di scuole calcio, barman, è bene scriverlo a calce – non è stato un sincero sentimento di paura – ma, bensì, l’imbarazzante inadeguatezza di chi doveva evitare la catastrofe della seconda ondata. A maggior ragione in un’area con un tasso di contagiosità tra i più bassi d’Italia, costretta a seguire protocolli schizofrenici uguali a Milano (che in un solo giorno segna gli stessi contagiati di 7 mesi di emergenza in Calabria).

Il problema degli italiani non è che non rispettano le regole (come una ignorante vulgata auto-razzista vuole far credere), ma che in nessun ambito amministrativo, da Roma al piccolo comune, chi ha il potere non si prende alcuna responsabilità. Ci hanno tartassato sulla Movida, sui nostri ragazzi screanzati, sui congiunti, su quante persone invitare a casa, hanno fatto svenare gli esercenti con presidi sanitari di ogni genere, hanno fatto a gara per chiudere tutto per poi riaprire tutto per poi richiudere tutto, siamo stati minacciati di essere battezzati con il lanciafiamme da macchiette che si sentono politici sagaci, hanno creato bonus per i monopattini invece che migliorare il trasporto pubblico, ci continuano a tediare con il Mes, ci hanno fatto credere che l’Europa è cambiata e cosa accade oggi? Si torna al punto di partenza. Follia.

Da Castrovillari a Cariati, da Corigliano Rossano, arrivando fino a Villapiana, il disagio sociale e la nausea sta divampando. Giusto per fare degli esempi nella terza città della Calabria, le palestre si sono mosse da mesi sanificando, selezionando gli attrezzi che possano permettere il distanziamento, imponendo le regole di quello Stato che li ha abbandonati e vessati. I ristoratori e gestori di bar sono poveri cristi che si sono visti chiamare untori anche dalla cattiveria di chi, anche tra i clienti, li additavano come criminali per il solo fatto di abbassarsi la mascherina per respirare durante i mesi di agosto e settembre. Non sono eroi ma non meritano nemmeno così poco: vedersi i locali chiusi alle 18 da chi non si è mai alzato alle 5 della mattina per aprire una saracinesca, gente mai andata a letto alla sera con il patema della fine del mese. I cittadini  – e tutta questa galassia di ultimi – hanno rispettato le regole e rivendicano serietà e umanità.

Il virus è esploso perché ci hanno mandato al mattatoio senza aver programmato nulla. Tracciamento, Immunì, metro di distanza, scuola, tutto è crollato come un castello di sabbia. La Regione Calabria, in un momento di vuoto istituzionale, deve fare pace con se stessa e rivendicare il diritto di istruzione e di vita dei suoi cittadini evitando di barattarle per fini politici per mettere in difficoltà un Governo già in stato comatoso e in balia degli eventi. La gente si sente lasciata sola e comincia ad avere paura. Il saggio diceva “le persone sono cattive perché soffrono”, gli amministratori abituati a non calarsi nella realtà stanno azionando una bomba sociale ad orologeria.

Il tempo del perdono forse un giorno arriverà perché queste ferite resteranno, esattamente come gli errori, che vanno dal terrorismo mediatico, al non aver saputo affrontare un virus che è un emergenza ospedaliera figlia di anni di tagli liberisti, arrivando all’umiliazione della propria gente, all’aver chiuso l’ultimo baluardo di questa nazione che è la scuola e finendo nel non aver investito sulla più bella grande luce in questo periodo di buio: la sanità pubblica. La sabbia della clessidra è ormai satura, è tempo di una mano sulla coscienza e di un colpo di coda per non farci ricordare, quanto tutto questo sarà finito, di aver fatto gestire un tornado ad un gruppo di improvvisati.

di Josef Platarota


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