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Area Urbana Corigliano-Rossano: migranti, non è solo emergenza

di MARTINA FORCINITI e SAMANTHA TARANTINO

Braccianti stagionali

Braccianti stagionali

Prendi uomini e donne di tutte le età e mettili in bilocali e trilocali affollati o in centri di accoglienza e comunità alloggio. Sono i nostri migranti, quelli dell’Area Urbana Corigliano – Rossano, che ad oggi fanno registrare numeri da capogiro: 2939 i cittadini rumeni, 600 i bulgari, 400 i marocchini.
Presenze eccezionali, se si pensa che la popolazione rumena registra 1600 residenti regolari solo nella città ausonica. È la comunità più numerosa insieme a quelle ucraine e bulgare, che contano rispettivamente 500 e 400 residenti, soprattutto a partire dal 2007, anno di entrata di questi paesi nell’Unione Europea, – ci spiega Adriana Acri mediatrice culturale e presidente provinciale Associazioni Lavoratori Stranieri Corigliano. Cospicua anche la comunità di origine polacca – sono 350 i cittadini che risiedono stabilmente a Corigliano – e quella proveniente dal Nord Africa, in particolar modo dal Marocco i cui membri – circa 300 – vivono soprattutto nel borgo marinaro di Schiavonea.
Un discorso a parte meritano i cittadini della comunità cinese, sulla carta circa 300 i residenti effettivi, veri imprenditori del territorio, sempre pronti ad investire con l’apertura di nuove attività commerciali.
L’ALS – MCL (l’Associazione ed il Movimento cristiani lavoratori) della sezione di Corigliano –  continua l’Acri – è un punto di riferimento per gran parte dei cittadini extracomunitari e comunitari. La maggior parte di loro è impiegata nel settore agricolo (braccianti stagionali), soprattutto uomini e ragazzi appena maggiorenni. In pochi trovano lavoro nel settore industriale.
Si registra un brusco calo della richiesta nel settore dell’edilizia, in conseguenza alla forte crisi economica che attanaglia il paese. Qualche anno fa, infatti, era prassi comune trovare sui cantieri squadre costituite perlopiù da cittadini stranieri, esperti carpentieri e abili muratori. Oggi l’edilizia è ferma e le squadre sono costituite da Italiani.
Le donne poi – continua la signora Adriana – per lo più sono inserite nell’ impiego domestico (pulizie), molte altre accudiscono anziani (badanti) ed una percentuale minore, se non rimane a casa ad accudire i figli spesso molto piccoli, lavora come bracciante agricolo. Per gli stipendi? Vengono pagati a giornata circa 15 euro, portando a casa 500/600 euro al mese. Il 70% di loro è integrato bene anche grazie ai figli nati a Corigliano e che frequentano le scuole del territorio. Il rimanente, poiché ha grosse difficoltà linguistiche, non partecipa ad una vita sociale integrata con cittadini italiani. Circa un 10%, dopo anni di lavoro è riuscito anche a mettere da parte qualcosa, per poter acquistare una casa e investire sui figli mandandoli all’Università.
La situazione odierna però è tra le più difficili – conclude il Presidente Acri. Dal punto di vista lavorativo anche per gli stranieri la situazione è nera. Il lavoro è diminuito così come le possibilità di migliorare la vita. E i cittadini extracomunitari, se non hanno un contratto di lavoro, non possono ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno.
Arrivati nella terra di mezzo sibarita cavalcando quell’enorme passaparola che è l’essenza stessa dell’immigrazione, anche a Rossano sono per lo più rumeni – 1339 quelli che vi risiedono effettivamente – bulgari – 177, secondo le statistiche del comune al 10 giugno – marocchini – 119, di cui 42 donne e 18 minori. Ma anche ucraini, polacchi e indiani che rimpolpano il Pil del territorio con il loro lavoro. Quello che, il più delle volte, gli italiani e, in questo caso, i rossanesi non fanno. È facile quindi scorgerli di primo mattino appollaiati sugli alberi da frutta nei mesi della raccolta o in furgoncini stracolmi che battono le strade verso i campi.
Una manodopera necessaria, per cui ognuno di loro percepisce in media 25 euro per un totale di 26 giornate di lavoro e un mensile che vale 650 euro.
Qui la forza bruta non fa sconti e sono tante le giornaliere di campagna straniere impiegate in un’attività che è terra e fatica. Poi c’è il coro, quasi sempre rumeno o ucraino, delle lavoratrici domestiche che, sul nostro territorio, è diretto quasi esclusivamente da associazioni più o meno strutturate che, in maniera informale, garantiscono per loro e le indirizzano alle famiglie che ne fanno richiesta. A volte, appena messo un piede dentro il territorio italiano, sono già pronte a svolgere la propria attività di assistenza – per la quale guadagnano tra i 600/700 euro mensili – con conseguenze, però, per niente positive su un processo di socializzazione che, vuoi per le difficoltà linguistiche o per un ambiente totalmente estraneo, non è affatto garantito. Per questo e per altri mille motivi, i nostri migranti, che comunque non nascondono una certa preoccupazione per le recenti ondate migratorie al porto di Corigliano, raramente mettono radici. Sui nostri suoli resistono 5 o 6 mesi, un anno al massimo. Dopo di che rifatte le valigie appena disfatte, se ne tornano in patria, pronti a farsi dare il cambio da nuova forza lavoro.
Lo si è detto, si viene e si va ma il passaparola resta. Discorso a parte andrebbe fatto per gli immigrati irregolari, il cui numero nell’area urbana potrebbe superare le migliaia.


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