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Area Urbana: agrumi, l’oro diventa piombo

clementineAREA URBANA – Ora che si attende la maturazione dei frutti stagionali, mentre la crisi agricola è sotto la lente d’ingrandimento dell’informazione, parlare di agricoltura si può e si deve fare. Perché questa crisi sta stretta a tutti, perché chi lavora a contatto con la terra ha bisogno di una voce che, attraverso la nostra “eco”, possa arrivare alle orecchie di chi conta.
Perché, forse, i nostri lavoratori della terra non hanno trovato una giusta rappresentanza. Non hanno trovato chi li tuteli.
Già, perché nel nostro territorio, la storia ce lo insegna, le cose funzionano il più delle volte al contrario: basti pensare al fatto che, se ovunque il sistema cooperativo nasce per soddisfare obiettivi di solidarietà, collaborazione e democrazia sul lavoro, a sud della Capitale gli interessi sono totalmente differenti.
Partiamo da un esempio concreto: una delle nostre eccellenze, il mandarino, viene venduto dal produttore al mercante a circa diciotto/venti centesimi al chilogrammo per finire sui banchi anche a tre euro circa. Tre domande sorgono spontanee: quei due euro e ottanta che mancano, in quali tasche vanno a finire e, soprattutto, chi è responsabile del controllo dei vari passaggi della filiera agricola? Perché si preferiscono i mandarini dell’Uruguay a quelli della Piana sibarita?
Sicuramente c’è qualcosa che non va. Forse perché qualcuno non svolge fino in fondo il proprio dovere, lasciando gli agricoltori “da soli” a combattere contro i mulini a vento, in balia di una crisi che, vuoi per l’embargo russo (di cui è possibile leggere una spiegazione nel box informativo a fianco), vuoi per l’andamento economico internazionale, peggiora a suon di fallimenti dei produttori e di rincari per il consumatore.
Ma allora quelle cooperative che nascono con caratteristiche e presupposti che, almeno al centro nord, ne fanno un sistema affidabile per tutti i lavoratori, da che cosa sono condizionate? Proprio ora che gli agricoltori se la passano peggio, garantire interscambi equi e appoggi diventa fondamentale.
Che la cooperativa non sia diventata un escamotage di quel singolo commerciante che, per i propri interessi, aggira l’ostacolo e la fa in barba ai già troppo poveri coltivatori?
Il trucco c’è, verrebbe da dire, ma pare non si veda. Sta quindi alle istituzioni controllare i “controllori”.
L’Eco dello Jonio”, da parte sua, continuerà a vigilare e a monitorare situazioni affinché i produttori siano tutelati, almeno dall’informazione.

L’EMBARGO RUSSO PENALIZZA I MERCATI – Come se gli agricoltori non stessero già pagando le cattive contingenze economiche, ci ha pensato l’embargo russo a peggiorare ulteriormente le cose.
La parola embargo, di storica memoria, è sinonimo da sempre di chiusura di frontiere e di mercati, di import/export di merci, bloccati, in questo caso, in risposta alle sanzioni europee per la forte crisi in territorio ucraino.
L’Italia e tanti altri paesi europei che muovono l’economia comunitaria (tra cui Francia, Olanda, Germania, Gran Bretagna), alla fine dei conti, si sono visti chiudere i propri ponti con la “vecchia Russia” che, negli ultimi decenni, aveva trovato nell’Europa il migliore partner commerciale. Una sorta di do ut des che, almeno finora, garantiva il mantenimento dei rapporti di buon vicinato economico. Il bando di Mosca sferra il colpo di grazia su un settore già agonizzante, quello ortofrutticolo, che almeno qui nella Piana di Sibari, ci permette di far girare, fra tasse e tagli fatti il più delle volte “alla carlona”, la microeconomia del territorio. Nella mappa si legge di 72 milioni di prodotti ortofrutticoli colpiti dall’embargo, la maggior parte dei quali, lo sappiamo bene, arriva dai campi del sud. Insomma, è come immaginare tonnellate di bellissima frutta rispedita al mittente e destinata al macero.
Il paniere alimentare, in realtà, si allarga anche alla carne, a latticini e derivati e a numerosi altri prodotti su cui l’Italia punta da sempre nel commercio con la “grande signora” che, in mancanza di quelli originali, deve riversarsi necessariamente su prodotti “taroccati” provenienti da paesi che non subiscono l’embargo.

m.f. e s. t.

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