Home / Attualità / L’annus horribilis dell’olivicoltura in Calabria

L’annus horribilis dell’olivicoltura in Calabria

La campagna 2018-2019 si è chiusa con una flessione della produzione senza precedenti. La causa principale è stato il maltempo. Mentre la concorrenza al ribasso del mercato ha ridotto i margini di guadagno. Statti: «Resta la qualità l’arma in più per la nostra regione»

calabriaÈ stato un annus horribilis per l’olivicoltura meridionale che, ovviamente non ha risparmiato quella calabrese. Travolto dal maltempo nella fase più delicata della campagna, il comparto regionale ha registrato la peggiore performance degli ultimi decenni in termini di produzione: -76,6% su base annuale. In particolare le condizioni climatiche avverse che si sono avute nel 2018 con le gelate primaverili, la siccità estiva e soprattutto le piogge violente cadute su tutto il territorio calabrese tra ottobre e novembre dello scorso anno si sono rivelate come una sorta di moltiplicatore della naturale alternanza tra annate di carica e scarica della produzione. La campagna 2018-2019 infatti era per l’olivicoltura calabrese un’annata già considerata geneticamente di produzione scarsa (detta appunto di scarica). Ed è così che a un dato previsionale di produzione in discesa si sono sommati i pesanti effetti di un anno caratterizzato da eventi metereologici avversi.

Dimostrando ancora una volta quanto sia difficile fronteggiare calamità che sempre più spesso colpiscono le colture a causa dei cambiamenti climatici che si stanno registrando in tutto il mondo. Fattori negativi che si sono abbattuti su un settore tanto fragile quanto vitale per l’economia complessiva della Calabria. Fragilità che le politiche economiche intraprese, nonostante gli sforzi ragguardevoli messi in atto dalla Regione, non sono ancora riuscite a superare. Su tutte la polverizzazione del sistema produttivo, il deficit tra olio prodotto e commercializzato e il bassissimo tasso d’imbottigliamento della produzione con marchio calabrese. Senza dimenticare il valore aggiunto dell’olio calabrese troppo basso nonostante l’eccellenza delle produzioni.
I continui riconoscimenti tributati alle produzioni calabresi non si sono tramutati in un robusto incremento di consumi di olii del made in Calabria, nel Paese e nel mondo. Complice anche un mercato falsato da una concorrenza che rincorre soprattutto il contenimento della spesa piuttosto che la qualità della produzione.

I NUMERI DEL SETTORE
L’andamento dell’olivicoltura è particolarmente decisivo per l’intera economia calabrese. Con conseguenze non indifferenti sulla ricchezza diffusa e sull’occupazione. Basti pensare che questo settore in Calabria rappresenta oltre un quarto del valore totale della produzione agricola regionale (per l’esattezza il 25,2%) molto al di sopra della media nazionale e meridionale che si ferma rispettivamente al 3,9% e al 9%. E visto che il settore agricolo ha un peso specifico rilevante sull’economia complessiva – rappresenta il 6% circa del valore aggiunto prodotto in Calabria e il 15% dell’occupazione – per quota percentuale se ne desume immediatamente la rilevanza. Così come il numero delle aziende agricole interessate alla coltivazione dell’olivo. Stando ai dati della Regione, sono 136.000, pari a circa il 60% del totale delle aziende agricole regionali.
Ma è anche il dato sulla superficie totale destinata all’olivicoltura ad indicare l’importanza che questo segmento produttivo rappresenta per la regione.
Secondo i dati Istat, nel 2018 ben 184.529 ettari di terreno sono coltivati ad olive di cui 183.400 ettari sono dedicati alla produzione. Un numero che pone la Calabria al secondo gradino – subito dopo la Puglia – in Italia per quantità di area agricola destinata all’olivicoltura. In termini percentuali, in Calabria si concentra il 16 per cento dell’intera superficie olivicola italiana.
Numeri da capogiro che si rafforzano anche sul livello della produzione, visto che, nonostante la flessione, è la Calabria ad occupare il secondo posto per quantità di olive raccolte. Nel 2018, stando sempre ai dati Istat, la produzione totale è stata pari a 5.191.999 quintali di cui 3.951.163 raccolta. Una differenza quest’ultima che è dimostrazione di un’altra debolezza che caratterizza la filiera produttiva calabrese.
I crescenti costi di produzione e la sostanziale stabilità dei prezzi di vendita hanno eroso considerevolmente i margini di guadagno comportando la riduzione del raccolto sul prodotto. Ed è così che a differenza, ad esempio della Puglia, dove il dato sulla produzione annuale non si discosta molto da quello della raccolta (5.984.760 su 5.725.110), in Calabria si registra una così alta percentuale di produzione non raccolta.
Ma a brillare sono anche i numeri delle colture biologiche del settore (valore aggiunto per una produzione d’eccellenza). Con 67.482 ettari (valore al 2017) la Calabria è seconda per superficie olivicola bio in Italia, poco sotto la “rivale” Puglia (72.590 ettari).

 

I DATI DELLA PRODUZIONE DELL’OLIO

Come dicevamo la campagna olivicola che si è appena conclusa dovrebbe registrare il peggior dato degli ultimi decenni. Almeno stando al report diffuso dall’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea) che segnala una flessione del 76,6% rispetto alla campagna olearia 2017-2018. Un dato che pone la Calabria al secondo posto per percentuale di decremento della produzione di olio da pressione in Italia. In particolare, secondo i tecnici Ismea, la produzione è passata da 71.157 tonnellate dello scorso anno ad appena 16.659 tonnellate della campagna 2018-2019 facendo perdere alla Calabria ben due posizioni tra le regioni produttrici di olio: superata cioè dalla Toscana (20.347 tonnellate) e dalla Sicilia (17.686). Una graduatoria che vede ovviamente – nonostante una flessione considerevole della produzione (-65%) – la leadership indiscussa della Puglia (72.461 tonnellate).

Ciò nonostante il peso sulla produzione nazionale dell’olio calabrese mantiene un rilievo di tutto rispetto all’interno della filiera produttiva italiana. Valutando, infatti, la media delle ultime quattro campagne olivicole nazionali emerge come quella calabrese – con 171.675 tonnellate – resti la seconda realtà del Paese dopo quella pugliese. In termini percentuali negli ultimi anni la Calabria rappresenta in media il 13,4% della produzione italiana. Così come ha un peso enorme in materia di frantoi. Secondo i dati Ismea, in Calabria ne sono attivi 692, cioè il 15% del totale degli impianti presenti in Italia. Un dato in realtà questo che dimostra l’estrema frammentazione della filiera produttiva considerando che in tutta la Spagna – che supera ampiamente il milione di tonnellate – ne sono presenti tra 1.600 e 1.700. Ma se da un verso il gran numero di frantoi comporta un costo maggiore per la filiera oltre, appunto, che ne rappresenta la sua frammentazione, ne è viceversa indice di garanzia di qualità.

Questo perché la vicinanza tra frantoio e luogo di produzione dell’olio assicura la molitura entro le 24 ore dalla raccolta che è precondizione essenziale per certificarne l’eccellenza. Ma a far comprendere che è l’olivicoltura il principale comparto produttivo agricolo della Calabria ci sono altri elementi. Ad iniziare dal valore della produzione. È in assoluto il prodotto agricolo con la migliore performance in termini di resa economica della regione: 500mila euro di Produzione lorda vendibile (dato 2017 della Regione Calabria). Il neo del sistema resta però costituito dalla distanza tra prezzo di vendita e costo di produzione. Se mediamente quest’ultimo varia tra 3,4 e 8,5 euro a chilo (variabile per diversi fattori) i prezzi di vendita restano sostanzialmente ingessati per l’enorme scorta mondiale accumulata e per la competizione di mercati dove il costo della manodopera è decisamente inferiore. Basti ricordare la Tunisia – che è il secondo produttore mondiale di olio nonché il principale fornitore dell’Europa – dove il costo della produzione (innanzitutto quello della manodopera) è nettamente minore. Così il combinato disposto del calo della produzione, della concorrenza aggressiva e dei costi sempre più pesanti ha trasformato la campagna olivicola di quest’anno in una tempesta perfetta per i produttori calabresi.

PUNTARE SU QUALITÀ, MARKETING E EXPORT

«Non c’è dubbio che è la qualità delle nostre produzioni olivicole a rappresentare l’arma in più che abbiamo per conquistare fette importanti di mercato. Su questa dote dobbiamo continuare a scommettere e concentrare i massimi sforzi non solo per mantenere questo standard ma anche per innalzare ancor di più il livello». La ricetta del presidente di Confagricoltura Calabria, Alberto Statti, parte da qui. Per il leader dell’organizzazione di categoria, «è la precondizione per attivare qualsiasi strategia di sostegno e di sviluppo dell’intera filiera». «Proprio facendo leva sull’eccellenza della produzione – sottolinea Statti – è possibile presentarsi al meglio sulle principali vetrine internazionali del settore. Ma questo, ovviamente, non basta».

Secondo il presidente di Confagricoltura, «occorre fare marketing territoriale puntando a far conoscere il meglio della nostra regione ». «Penso ad una sorta di valorizzazione dell’intero “sistema Calabria” – aggiunge – in cui la qualità venga trasmessa anche dalla conoscenza dei territori dove ad esempio appunto le aziende olivicole lavorano e producono. In questo modo si veicola meglio il messaggio del Made in Calabria». Per questo Statti giudica positivamente «le iniziative intraprese dalla Regione per portare sui territori i principali buyer del settore». «La vera scommessa – dice – si vince proprio qui. Facendo conoscere il nostro modello di lavoro, la salubrità dei posti ed il metodo che si basa su tradizioni antichissime a cui si è affianca l’innovazione. Dimostrando cioè che la produzione calabrese è marchio di qualità complessiva».

Un aspetto che diviene «fondamentale – sostiene – per incrementare la presenza delle nostre produzioni sui mercati anche internazionali». «Esistono vaste aree del Mondo – afferma ancora – che sono molto attente a scegliere prodotti di qualità. Ad iniziare dall’Asia e dai Paesi arabi. A quei territori la Calabria deve guardare ed orientare le sue strategie future». «L’incremento dell’export della produzione olivicola calabrese – conclude Statti – è uno dei pilastri per farne crescere il valore aggiunto, creare sviluppo vero del territorio nonché conseguentemente occupazione. Credo che se uniamo le forze è questa la strada per raggiungere in breve tempo grandi traguardi»


Commenta

commenti