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Alluvione 2015, Corigliano Rossano piange ancora

Indelebili le ferite inferte nei cuori e sul territorio: il ricordo di quelle tristissime giornate. «Poco o nulla è stato fatto per ripristinare i luoghi e arginare i pericoli»

alluvione La cicatrice è ancora indelebile nei cuori e nelle terre coriglianorossanesi che mostrano ancora le ferite inferte. Al solo rammentare quei momenti, il frastuono e l’ira delle acque, per chi l’ha vissuta sulla propria pelle, fa ancora accapponare la pelle. Il 12 agosto (e poi il 13, il 14, il 15, e cosi via per un mese) rimarranno per sempre scolpiti nella memoria storica di questa città. L’alluvione che colpisce Rossano e Corigliano, ormai sette anni fa senza – per fortuna – mietere vittime mostra ancora tutti i suoi problemi agli occhi degli osservatori attenti. I cristiani direbbero che l’azzurro manto della Madonna Achiropita (dal greco al Greco bizantino ἀχειροποίητα, ovvero “non dipinta da mano umana”) che si celebra in questi giorni, abbia protetto ancora una volta la sua città, come accaduto – narra la leggenda – per i bombardamenti a fine Seconda guerra mondiale, con Rossano nascosta dalle nuvole agli occhi degli “alleati”.

Perché è per un vero e proprio miracolo se le acque non abbiano mietuto vittime. Sono le otto del mattino, più o meno, quando l’argine del torrente Citrea cede alle porte di Sant’Angelo, sorta nel suo greto deviato, a fine ‘800. Viale Sant’Angelo, la lunga ed importante arteria che da Rossano città conduce al mare dopo due chilometri, si trasforma presto in un fiume in piena che devasta abitazioni, porta con sé automobili quasi fossero barchette di carta ed invade ogni cosa, sommergendola sotto un metro e mezzo di fango. Molte abitazioni site al pianterreno vengono letteralmente sventrate mentre gli occupanti provano con ogni mezzo a mettersi in salvo.

 

Il diluvio trasporta detriti, massi, tronchi d’albero, inerti, che rendono la vita ancor più difficile. La gente del luogo inizia una sorta di mutuo soccorso in attesa degli aiuti, che giungeranno solo nel tardo pomeriggio, nonostante un già imponente spiegamento della Protezione civile regionale nei pressi dello stadio “Stefano Rizzo”. Uno schieramento di uomini e mezzi che inizialmente non farà altro che innervosire gli abitanti, bisognosi di urgenti aiuti che sembrano non giungere mai. L’acqua ha già sovrastato ogni cosa, strappato via le case ai loro padroni, azzerato le attività commerciali, messo in ginocchio un’area di qualche chilometro quadrato.

La gente è irritata dalla presenza dei politici, che giungono sul posto prima degli aiuti. Il governatore Mario Oliverio rischia il linciaggio, evitato solo grazie all’intervento dei poliziotti e dell’allora consigliere provinciale Ernesto Rapani. In pochi lo fermano, implorano soccorso e qualcuno dotato di grande sarcasmo si getta ai suoi piedi – lasciandolo basito – per levarsi qualche sassolino dalla scarpa: «Presidè, aiutaci! Ma se intervieni come hai fatto per il nostro Tribunale, ti prego, tornatene a casa». Presso il centro Coc stanziato allo stadio, ci sono tutti. L’allora sindaco Giuseppe Antoniotti, diversi amministratori, Oliverio – come accennato – l’ex consigliere regionale Graziano, costretti a dover finanche subire l’ira della gente per via di quegli aiuti “ufficiali” che giungeranno solo il giorno dopo.

 

Il livello di guardia nelle coscienze delle persone supera abbondantemente il limite, l’esasperazione per gli aiuti in ritardo – chissà per quale arcano motivo – e la disperazione, sono i sentimenti che dominano la gente di Sant’Angelo, rimasta senza casa, senza le proprie auto portate via come foglie morte. Alla sera, il palazzetto dello sport di Viale dei Normanni si trasforma in un campo per sfollati. Arrivano i militari e la protezione civile nazionale con brande e cucine da campo. Il grande cuore dei rossanesi si mobilità per i tanti concittadini e per i turisti che hanno perso tutto. Vestiario, beni di prima necessità giungono da ogni dove, come le squadre “autonome” di volontari pronti a spalare. Reggio, Cosenza, Crotone, l’Abbruzzo, la Sicilia orientale, la Puglia, rispondono subito “presente”.

Gli scout e tante associazioni in prima linea – tra le quali quella dell’attuale sindaco Flavio Stasi – ma c’è anche chi si catapulta per un selfie o – addirittura – qualche parlamentare che si fa fotografare dai suoi adepti con la pala in mano seppur celestialmente immacolato. I giorni seguenti sono ancora più difficili. Il fango riversato dalle colline fra il centro storico e lo scalo di Rossano, giunto fino al mare, è putrescente. Il caldo afoso asciuga tutto e rende quella melma una polvere sottilissima che si trasforma in una nube che invade tutto. Si rischia l’allarme sanitario perché quella nuvola irrespirabile è composta anche dalla vaporizzazione di acque nere.

 

L’aria è irrespirabile se non con le mascherine che non leniscono il fetore ma almeno proteggono dalle polveri. Nessuna vittima, per fortuna, piega ulteriormente la comunità dal dolore. L’atmosfera spettrale perdurerà per diverse settimane. A distanza di cinque anni gli enti preposti hanno giocato a nascondere la polvere sotto il tappeto. Interventi tampone ovunque, tranne il ripristino dell’argine del Citrea, con cicatrici ancora assolutamente evidenti. Gli interventi di ripristino contano col contagocce mentre fossati, canali di scolo, torrenti permangono in allarme rosso. Le fortissime mareggiate delle ultime due stagioni hanno peggiorato, per giunta, la situazione mentre a monte briglie e argini non sono mai stati ripristinati.

Il rischio, oggi, è uguale o peggio di prima e a dichiaralo è Tonino Caracciolo, già sindaco, geologo, consulente esperto del Quadro Territoriale Paesaggistico della Regione Calabria. «Nessun piano di protezione civile, tagli indiscriminati del patrimonio boschivo, nessuna ricognizione sulla rete idrica. In molte zone adiacenti ai torrenti non vi è stata alcuna azione di ripristino della sicurezza, perché?» L’ex primo cittadino ha ben chiaro in mente quella che è la situazione attuale nella quale versa il territorio di Rossano, ma anche di Corigliano. Avendo partecipato alla rilevazione anche con sensori aviotrasportati delle frane post alluvione in team con i tecnici dell’Autorità di Bacino – che al momento sembra aver bloccato lo sviluppo dell’area alluvionata indiscriminatamente – Tonino Caracciolo definisce «drammatiche» le condizioni in cui versano molte località «a monte».

Argini ancora non sicuri, detriti accumulati lungo i corsi d’acqua, vie di accesso a località abitate in condizioni assolutamente precarie «preoccupano ma preoccupa ancor di più l’ignavia dell’uomo e, nel caso di specie, degli enti preposti al ripristino dei luoghi e della sicurezza. La pericolosità della situazione nella quale versano fiumi, torrenti, campagne, contrade, montagna e lo stesso Sant’Angelo soprattutto nella zona di Momena è senza precedenti. Il tutto nell’incuranza egli enti preposti».

Fonte: Corriere della Calabria


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