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Agricoltura, il trucco c’è ma non si vede. Miniera per i faccendieri

di MATTEO LAURIA

Screenshot_2015-11-07-21-09-43_1446927026392Doveva rappresentare l’oro della Sibaritide: il potenziale c’è, è indubbio. Distese intere tra agrumeti, pescheti, uliveti, serre, etc…etc…
E’ la prima vera incontrastata industria nel territorio. In nome dell’agricoltura si è detto “no“ opportunamente alla riconversione a carbone della centrale Enel, al rigassificatore, al cementificio, al termovalorizzatore, e ad altri insediamenti produttivi che avrebbero potuto assorbire la forte domanda occupazionale.
A tanti disoccupati è stata negata la possibilità di lavorare, di costruirsi un futuro, di crearsi una famiglia.
Il mondo agricolo è stato riconoscente? Affatto! Vince ancora una volta l’astuzia dei soliti furbi che privilegia i pochi e danneggia le masse. Cos’è il distretto agroalimentare? Che ruolo svolge? Quali sono i benefici al territorio e alle imprese?
Organismi fantasma di cui si ha poca contezza. Le responsabilità di un settore che non decolla sono spalmabili su tutti gli attori in campo: la politica, la pubblica amministrazione, i sindacati, le associazioni di categoria, gli imprenditori lontani da quel senso cooperativistico che altrove produce fortune.
Strutture aziendali le cui gerarchie manageriali soffrono di eccessivo familismo o le associazioni di categoria che talvolta rappresentano un trampolino di lancio per chi vuol far carriera in politica.
I finanziamenti a pioggia destinati ai soliti imprenditori, agli amici degli amici, a chi stringe rapporti con i politici di peso.
Non è tanto il mercato delle produzioni, ma del parassitismo. La forte crisi degli ultimi anni conserva qualcosa di buono: smaschera i responsabili del fallimento.
Si specula su tutto, finanche tra colleghi. E’ proprio vero, nel commercio occorre specializzarsi in cinismo. Capitolo “agrumi”: il prezzo di conferimento medio è di 15/20 centesimi al chilogrammo, praticamente svenduto, che negli scaffali della grande distribuzione lievita fino a 3 euro. Una situazione che schiaccia i piccoli produttori a tutto vantaggio di grossi commercianti locali e della grande distribuzione organizzata.
Chi controlla? Né i famosi ben noti grossi commercianti dicono a quanto rivendono il prodotto sulle piazze, così da ingrossarsi il portafogli ai danni di colleghi con cui fanno finanche vita associativa.
E’ come dire: il trucco c’è, ma non si vede.
L’agricoltura dunque si rivela una miniera per alcuni e un disastro per il territorio. Su questo anche la politica ha fallito, ai vari livelli.
Come si può non immaginare un assessorato all’agricoltura (nei comuni) in un comprensorio la cui vocazione è stata riconosciuta dalla stessa politica nelle strumentazioni urbanistiche?
E’ come per il turismo, esiste la delega ma si destinano quattro spiccioli.
E’ dunque tutto da rivedere. La filiera promette bene, ma occorre credervi per davvero: etica, deontologia tra colleghi, professionalità, coraggio di investire mettendo da parte l’idea di assistenza ( anche se ormai anche il periodo delle vacche grasse è finito), così come è avvenuto per lunghi anni.
Fenomeno perorato da amministratori anche regionali il cui serbatoio di voti è imperniato sull’elargizione dei finanziamenti. Molte inchieste del passato confermano tali tesi.
E’ tempo di cambiare! Premiare il lavoro d’insieme. In questo il legislatore tenta di favorire il processo cooperativistico anche attraverso misure di contribuzioni e di incentivi.
Il contratto di rete rientra in quest’ottica. Più imprenditori con gli stessi obiettivi possono investire nell’innovazione e imporsi nei mercati in maniera competitiva.
Gli effetti: riduzione dei costi di gestione e rilancio delle aziende. Si prevedono agevolazioni fiscali, maggior potere contrattuale verso l’esterno, realizzazione di investimenti con ripartizione dei costi, organizzazione di azioni di promozione collettiva di prodotti e servizi anche in eventi fieristici, adattabilità e mobilità dell’uso delle risorse umane e di mezzi. Questa è la strada da intraprendere.
Al contrario, si accentua la cultura della diffidenza. E ognuno pensa da sé, così come sta già accadendo.
Molti imprenditori oltre a produrre e a lavorare il prodotto, lo commercializzano, bypassando di fatto gli affaristi di mestiere.

E pensare che la sola Calabria produce ¼ della produzione degli agrumi su scala nazionale (arance, limoni, clementina, mandarini, etc…). E poi l’invasione nei mercati dei prodotti spagnoli o provenienti dal Marocco spacciati per primizie della Sibaritide.
Raggiri e truffe che hanno fatto la fortuna di faccendieri senza scrupoli e che talvolta si vestono persino da ambientalisti battendosi contro l’industria pesante non tanto perché ci credono ma per l’eventuale interruzione di interessi personali. Insomma il settore è studiato ad arte, ma vince il lucro non certo la ricchezza delle comunità.

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