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Agricoltura, croce e delizia di un territorio che non decolla

di MARTINA FORCINITI e ROSSELLA MOLINARI

agrumiSe pensiamo che questo territorio è prettamente a vocazione agricola sembra quasi paradossale la carenza di professionalità specializzate nel settore. Non è un mestiere “in” a queste latitudini e molte famiglie preferiscono vedere i propri figli medici, avvocati o ingegneri, giusto per fare qualche esempio, non riservando la stessa considerazione al settore dell’agricoltura. Basti pensare che all’Istituto Agrario, bella realtà presente sul territorio, a stento si riescono a formare le classi per mancanza di alunni. Di recente si è registrato un leggero incremento, ma è ancora poco per un territorio come il nostro.
Di problemi, al di là delle professionalità, il settore ne registra parecchi e gli imprenditori pagano lo scotto, in primis, della carenza di infrastrutture che incide negativamente sui tempi di consegna delle merci. Per non parlare poi della mancanza di servizi a supporto, un esempio su tutti le reti fatiscenti e obsolete per l’irrigazione, mentre i Consorzi di bonifica continuano ad inviare le rette per i pagamenti.
L’agricoltura resta, però, il materiale vivo dell’economia calabra, quello potenzialmente più proficuo. Che se non fosse per le regolari distrazioni istituzionali, sarebbe pronto a trainare la nostra area verso la ripresa e in direzione di sistemi produttivi ad alto potenziale di crescita ed innovazione. Come i segmenti degli agrumi e dell’olivo che, in tempi certamente migliori, hanno considerevolmente contribuito a far sì che l’agricoltura riuscisse a garantire lavoro a circa il 20% degli occupati calabresi, con oltre 20mila aziende impegnate nella coltivazione del nostro oro agroalimentare e un tasso di esportazioni all’estero pari all’11,3% (Dati Coldiretti).
Ma poi, con lo strano caso di quelle cooperative agricole che – non si sa come – sembrano reggere l’urto della crisi – vien spesso da pensare che la struttura interna del settore possa essere minata proprio dall’interno. Perché, come l’Eco ha già più volte avuto modo di denunciare, il rischio è che il sistema cooperativistico, nel Sud vero, possa andar a caccia di interessi ben diversi da quelli perseguiti nel resto d’Italia (e che coincidono con la solidarietà, la collaborazione tra aziende e la democrazia sul lavoro, ndr). Ed è indubbio che chi ne paga il prezzo più alto sia il singolo produttore/agricoltore costretto a svendere i propri frutti per un pugno di monetine.Venti centesimi intascati dai commercianti e che diventano circa tre euro sui banchi dei mercati italiani ed internazionali. E il resto che manca all’appello messo in saccoccia da chissà chi mentre viene meno quel controllo dei passaggi della filiera agricola, che poi altro non è se non uno dei doveri dell’apparato cooperativistico. Così mentre si preferisce focalizzarsi sempre più spesso sullo smercio di prodotti destinati all’estero, gli italiani preferiscono dare un morso a qualche più economico ma altrettanto succoso agrume spagnolo o uruguayano. Rimpiazzando le proprie eccellenze, genuine e a chilometro zero. Hai voglia a dire che l’agricoltura è per la Calabria l’albero della cuccagna, grande e bella vetrinetta dei nostri gusti dolce-aspri. Più un miraggio che una realtà, se è vero che antiche e nuove imperfezioni, questo settore se le ritrova letteralmente appiccicate addosso.

Disordinato, orfano di progettualità ed agevolazioni, da spremere fino a quando è da scartare, il comparto agricolo è forse il fagotto più pesante di quel paniere zeppo di miserie che fanno incassare alla nostra regione continue scoppole tra capo e collo. Mettiamoci poi i milioni di danni subiti dalle centinaia di aziende agricole finite sott’acqua per le precipitazioni che hanno fatto tracimare i torrenti ed allagare a macchia di leopardo i nostri campi coltivati. Difficile non sentirsi oramai figli di un dio minore, insabbiati e consumati dall’indifferenza e dal disinteresse politico. I frutti reietti al margine della società moderna, presi alla gola, pronti per essere abbattuti.
E l’agricoltura calabrese finisce ulteriormente mortificata, schiacciata tra le lamiere di un organismo rugginoso che sembra quasi un’eccezionale trovata commerciale studiata a tavolino per far la fortuna di pochi e prendersi  lo scalpo dei già troppo poveri coltivatori locali. Ma i cittadini sembrano aver smesso di accettare e somatizzare quel senso di abbandono e trascuratezza che accompagna gli sconfitti. Così come cominciano ad avvertire l’incertezza di istituzioni che stentano a fare ciò che hanno promesso.
E forse sarebbe anche ora che il nostro governo ci allunghi una stretta di mano. Di quelle valide, rassicuranti.

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commenti

1 Commento

  1. Giorgio Gallo

    Chi ha venduto alle cooperative fino all’altro giorno ha intascato pochi spiccioli anche meno dei commercianti ,ciò che manca è : un buon consorzio ed un mercato sul luogo che tuteli e incentivi una diversificazione agricola che stenta oltre le infrastrutture fatiscenti ataviche, e una classe politica che dia dignità e competenza al settore non clientele e lobby del cazzo!

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