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A Corigliano prevale la speculazione mediatica: alluvione e sbarchi due momenti da separare

di MATTEO LAURIA

IMG-20150608-WA0021Il sindaco di Muggia Nerio Nesladek (Trentino Alto Adige), in predicato di ospitare un centro di accoglienza afferma: «Certamente non ci tireremo indietro. Anche noi faremo la nostra parte».
E stiamo parlando di un centro di accoglienza, non certo di un luogo transitorio di passaggio quale può essere il porto di Corigliano. Il dibattito è noto ai più, si parla di immigrazione quale momento epocale, ancora non lo è, verso cui ogni Stato membro dovrà impegnarsi, pena elevate sanzioni, a fronteggiare un allarme sociale che coinvolge tutti. In questo contesto internazionale dover prendere atto che l’amministrazione comunale di Corigliano si rifiuti di supportare le operazioni di sbarco (negate persino le transenne) francamente lascia perplessi e non depone bene agli occhi di chi ci guarda sul “grande schermo”.
Ancor peggio quando si lascia passare il messaggio secondo il quale in una zona colpita da un alluvione non si possa o non si debba  autorizzare l’arrivo di nuovi profughi, quasi a lasciar pensare che nella Piana di  Sibari vi sia un centro di accoglienza o che gli immigrati, provenienti da Paesi dove è in corso una guerra sanguinaria, abbiano ospitalità in riva allo Jonio. Tutti sappiamo che non è così! I profughi arrivano al Porto, per poi essere trasferiti in sedi appropriate, prevalentemente del centro Nord. È piuttosto limitativo affermare “Non abbiamo soldi, lo Stato ci deve aiutare” per poi completamente disinteressarsi della seria quanto drammatica  problematica che tocca valori insormontabili come la vita e la dignità umana.  Pur nella limitatezza dei fondi è l’approccio all’immane tragedia che è da rivedere.
Il tema “sbarchi” potrebbe essere introdotto nell’agenda dei lavori della prossima consulta dei sindaci che si terrà nel Basso Jonio in ottobre, laddove  gli amministratori possano assumere l’impegno almeno di discutere della questione, magari provando a coinvolgere, a costo zero, il mondo associazionistico, gli imprenditori, le associazioni di categoria, perché ciascuno delle componenti  possa fare qualcosa a sostegno delle operazioni di sbarco. Così facendo si dimostra un minimo di sforzo proprio nei confronti di chi è in stato di bisogno estremo.  Invece si preferisce lo scontro a tutti i costi, a tal punto da indurre qualcuno a ipotizzare che tali atteggiamenti siano costruiti ad arte solo per mero impulso mediatico. E siamo sicuri non sia cosi! Abbiamo conosciuto il sindaco Geraci e conosciamo la sua dote umana.
Ecco perché ci permettiamo di eccepire una presa di posizione di stampo “populista” che richiama schemi politici da Lega Nord. Tra l’altro, far passare il Comune di Corigliano come una terra che affronta la problematica dei “profughi” attraverso il meccanismo del “dare/avere” sa proprio di ingiustizia.
Stiamo parlando di un centro che  offre da sempre  a stranieri di ogni provenienza ospitalità e lavoro, anche se spesso sottopagato (quest’ultimo aspetto in verità tocca anche gli italiani), dimostrando  nei fatti alta integrazione sociale, spirito di aggregazione, solidarietà e sussidiarietà. L’auspicio è dunque il seguente: che i sindaci del territorio correggano il tiro e diano un approccio alla problematica diverso. È probabile che nei prossimi mesi l’esodo aumenti e ancora una volta l’area portuale potrà essere interessata da nuovi approdi. Non si possono tollerare affermazioni del tipo “non abbiamo le transenne”, “non riusciamo a farcela con le nostre forze”. E Geraci aggiunge: “È una protesta provocatoria”. Abbiamo noi tutti il dovere di provarci, di nostra iniziativa, a mettere su una macchina organizzativa che prescinda dall’aiuto di un Governo. Almeno provarci. Un sindaco (o più sindaci) ha il dovere di trovare soluzioni. Limitarsi a dire “abbiamo bisogno di fondi” è estremamente riduttivo.

Stiamo parlando di bambini che perdono la vita in mare, di individui che lasciano le proprie terre senza una destinazione. Dall’inizio dell’anno sono giunte a Corigliano cinque navi, per un totale di 1100 profughi, di questi in larga parte trasferiti al Nord. È azzardato collegare la vicenda dell’alluvione con gli sbarchi. Sono due momenti differenti. Lasciar passare questo messaggio a livello nazionale è diseducativo, rasenta l’infedeltà dei fatti. L’arrivo dei profughi impegna più o meno, rimanendo larghi, 24/36 ore. Poi tutto torna alla normalità. Eccezion fatta per i minori e la gestione che attiene ai servizi sociali. Meno spettacolo, più umanità.

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