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Il 19 maggio l’antica festa pastorale a Rossano dedicata a Onofrio, il Santo dei pastori e del popolo

Di seguito il contributo del prof. Francesco Filareto sulla festa di Sant’Onofrio, sentita ricorrenza della tradizione rossanese

rossanoLa terza domenica di Maggio (quest’anno il 19) a Rossano (invece nel calendario greco-bizantino la festa cade il 12 giugno) si celebra e si festeggia, da tempo immemorabile, Sant’Onofrio nell’omonima contrada montana, designata un tempo con i nomi di Pietra Cattolica e Ramo Angelica (dall’800 note rispettivamente come Pietrattolica e Ramicella). Una festa dei pastori e del popolo – probabilmente la o una delle più antiche d’Italia – che, ad un mese circa dall’inizio dell’equinozio di primavera (21 marzo), invoca la protezione del Santo eremita persiano-egiziano per propiziare una proficua stagione della transumanza. Essa è molto partecipata soprattutto dai cittadini dei paesi montani della Sila Greca, segnatamente da quelli di Rossano, Longobucco e Paludi.

     Il perno della festa è il simulacro del Santo: una statua lignea di straordinaria bellezza, che ritrae il Santo eremita seminudo e in regale posa, con barba e capelli lunghi, sommariamente coperto da un panno di foglie, regge con la mano destra a mo’ di scettro il bastone di appoggio dei pastori e con la sinistra le offerte votive dei fedeli (“ex voto”), ha per corona un intreccio di rose e fiori di campo (omaggio filiale da parte delle donne delle contrade limitrofe), per compagno di viaggio la riproduzione di un’accovacciata “bianca cerva, che lo nutrì per tre anni, donatagli da un Angelo” (“Vita di S. Onofrio”).

LA STATUA DEL SANTO    

La statua viene portata a spalla in processione per i viottoli attorno alla Chiesetta, accompagnata da musica, canti e preghiere da parte dei fedeli; un devoto dietro la statua reca un lungo bastone ramificato, detto “majo”, ricavato dalla pianta arborea longeva e beneaugurale del sambuco (che, nella lingua del popolo, è noto con il nome di “majo”, perché fiorisce nel mese di maggio, e le cui inflorescenze vengono tuttora utilizzate per gustose frittelle, note come “i majateddi”,  e  per “pitte” altrettanto fragranti) oppure della “fisciògnola” (agrifoglio).  Ai tanti rami sono appesi numerosissimi “taraddi ”, a base di semi di “ranzo” o anice e fatti in casa da sapienti mani di donne.  I “taralli ”, nella nostra antropologia demologica,  sono i  simboli del lavoro dell’uomo Francesco  Filareto e  le offerte votive al Santo  del  popolo  per grazia ricevuta  o  per richiesta di aiuto/protezione;   essi  hanno la forma di due cerchi intrecciati, perché per noi, discendenti dei Greci e dei Bizantini e della loro Civiltà mediterranea, la forma geometrica della circonferenza è la rappresentazione visiva, per un verso, del vincolo di alleanza tra il profano e il sacro, tra l’umanità del popolo e la santità di Onofrio, e anche, per l’altro verso, della “ciclicità” o del senso ciclico della vita umana, fatta di “andare” e ”ritornare”, di “fuga” e ”ritorno”, di “èxodos” e ”nostos”; viceversa, i due cerchi intrecciati sono il simbolo dell’”anaciclòsi”, ossia della ciclicità che si ripete o dell’”eterno ritorno” o dei “corsi e ricorsi” o del ritmo dialettico triadico, che regola le leggi del cosmo, della periodicità della natura, delle fasi della storia dell’umanità e dell’uomo singolo e associato.

     A conclusione della processione e della fase religiosa della festa il parroco della contrada con-celebra la messa con la partecipazione della popolazione all’aperto sulla spianata di fronte alla Chiesetta del Santo.

     Seguono i momenti laici della festività.  Innanzi tutto, si tiene l’ “incanto” da parte di esperti rappresentanti del “Comitato di S. Onofrio”, ossia la messa all’asta dei “taraddi del majo” e di prodotti lattiero-caseari, conserve alimentari, insaccati, vino, animali d’allevamento, offerti generosamente dalle famiglie del territorio al Santo e il cui ricavato viene utilizzato per le opere di manutenzione della Chiesetta, della ripida strada di accesso al luogo sacro e per le iniziative correlate alla festa; fino a qualche decennio fa i pastori gareggiavano tra di loro al tiro al bersaglio con i loro fucili.

     La festa si conclude con la convivialità gioiosa, degustando le produzioni rigorosamente caserecce e identitarie, messe a disposizione dalle famiglie, condivise con amici e ospiti occasionali; il tutto è allietato da antichi racconti, canti d’amore, tarantelle eseguite con gli strumenti musicali tipici della tradizione dei pastori (“ciaramella”, zufoli, chitarra battente, organetto).

   CHI É SANT’ONOFRIO? IL SANTO DEI PASTORI E DEL POPOLO  

     Le notizie su S. Onofrio si trovano nella “Vita” del Santo, scritta, verso la fine del sec. IV, da S. Pafnuzio (che raccolse dalla viva voce del Santo la sua storia personale e le sue ultime volontà); essa sarà ripresa, poi, nel sec. VII, da S. Giovanni Climaco e, nel 1928, da Fra’ Alberto Lepidi.  Dette biografie o agiografie ci informano che il Nostro visse per 70 anni circa, nel IV sec., al tempo dell’Imperatore romano Costanzo II (317-361), figlio di Costantino, e dell’imperatore d’Oriente Flavio Valente (328-378), era figlio di un re di Persia, si convertì al Cristianesimo ed entrò in un Monastero. Ben presto, però, influenzato dalla religiosità personale e solitaria (del profeta Elia, di S. Giovanni Battista e S. Antonio Abate), abbracciò per il resto della sua vita il monachesimo eremitico o anacoretico nella zona ascetica montana della Tebaide nell’alto Egitto,  dedicandosi esclusivamente al rapporto diretto con  l’Assoluto.  Benchè solo  e  in compagnia soltanto di Dio,  ultimo tra i poveri, ebbe molti proseliti e fu un modello di riferimento e di attrazione nel mondo cristiano.  

     La sua fama, giunta anche in Italia, quando questa fu tolta ai Goti dai Bizantini (535-553), si diffuse a tal punto sulla montagna di Rossano (nota come la zona ascetica dell’ “Aghion Oros” o Montagna Santa) e tra le comunità di pastori, che diede vita a un numeroso movimento monastico onofriano, concentrato in un Monastero dedicato a Sant’ Onofrio nell’alta valle del Colognati.

     Questo Monastero era molto famoso, tanto da indurre i Saraceni islamici della Sicilia a distruggerlo (983). Ma i pastori e il popolo conservarono per secoli e tuttora conservano di S. Onofrio la memoria (tanto che, in non poche famiglie, continuano, anche oggi, a rinnovarne il nome nei figli), la rappresentazione del suo corpo statuario attraverso una statua lignea, il culto, la venerazione, la Chiesetta, la festa e una piccola grotta, rifugio e luogo dell’ascèsi personale degli ultimi eremiti, fino ad anni recenti del secolo scorso.  

     La festa in onore del Santo dei pastori e del popolo si tiene su un ampio pianoro, a cui si accede prevalentemente a piedi in pellegrinaggio (risalendo il Colognati o scendendo dalla zona montana della Mimosa) e al cui centro si trova la Chiesetta di Sant’Onofrio.

     Questa è ubicata nel fondo valle del torrente o fiumara (“jumara”) di Colognati, a pochi chilometri dalla sorgente e da una serie di cascate e laghetti, dentro un’ampia conca chiusa, tra i contrafforti della Sila Greca, circondata da boschi lussureggianti e da una ricca variegata vegetazione, che fanno di questo luogo un incontaminato, suggestivo, paradisiaco Parco Naturale Montano di “Rossano la bizantina”.

     La Chiesetta è la trasformazione di un antico Oratorio o Romitaggio: un piccolo edificio superstite e ultima testimonianza architettonica di un complesso monastico risalente all’Alto Medioevo bizantino.                                                                                                                      


    

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